Noi e loro.

Spesso, se mi soffermo troppo a pensare, mi sento in colpa. In colpa per essere nata essere umano, nella parte benestante del mondo, e poter quindi vivere sicura e libera, e decidere più o meno della mia esistenza.
Se fossi nata di un’altra specie probabilmente alla mia età non ci sarei nemmeno arrivata, mi avrebbero ammazzata prima, e senza neanche troppi riguardi, tanto sarei stata niente più che un prodotto, un cibo che ancora cammina. Avrei vissuto prigioniera, in un posto gradevole se mi andava bene, o magari neanche quello, e sarei cresciuta in un box in un capannone e non avrei mai visto la luce del sole, non avrei mai sentito il vento sul viso, non avrei mai potuto conoscere la felicità e l’amicizia.

Eppure sarei comunque stata io, diversa, sì, la mia struttura mentale sarebbe stata altra, certamente, ma sarei stata io. E nessuno lo avrebbe mai saputo, a nessuno sarebbe mai importato. Avrei avuto la mia personalità, e dopo di me non ci sarebbe più stato un individuo davvero identico a ciò che ero io, eppure sarei stata trattata come un oggetto e nessuno mi avrebbe mai teso una mano.
Non vi sarebbe stata salvezza, e io lo avrei saputo, e avrei avuto tanta paura, un vero terrore, e allo stesso tempo sarei stata così triste, io che non avrei voluto altro che un po’ di compassione, un po’ d’amore, un po’ di dignità.

Tutto è una fatalità. Ad esempio nascere in un paese pieno di benessere anziché in una nazione povera; nascere maschio o femmina; essere umano o animale.
Questo pensiero dovrebbe aiutarci a metterci nei panni degli altri, specialmente di quelli che non hanno colpe della propria sventura. Empatia. Ma spesso siamo troppo presi dalla nostra quotidianità con i suoi piccoli grandi problemi, e dalle nostre piccole grandi miserie personali, e per la sofferenza altrui non resta che un piccolo pensiero e un sospiro. Come cantava De André, “per tutti il dolore degli altri è dolore a metà”. Specialmente quello degli animali, ultimi degli ultimi nella generale scala di importanza.
Spesso, mentre sono in giro, per la città, o sul treno, vorrei chiedere alla gente intorno a me, pensate mai a loro? Sì, loro, gli animali. Che ne pensate? Che posto hanno nella vostra vita? Perché viviamo tutti come se la loro quotidiana tragedia non ci riguardasse, o fosse una sofferenza di serie B rispetto alla nostra? Credete che non meritino la nostra protezione, il nostro rispetto? Eppure sono esseri viventi, proprio come noi, non sono cose, questo almeno lo riconoscete.

Se provassimo anche solo per un istante quello che provano loro, vittime inermi della nostra brutalità legalizzata, sono certa che non dimenticheremmo mai quel terrore e quella infinita infelicità.
E allora sì, capiremmo che cosa significa essere loro.


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