In visita alla fattoria, ho visto…

Riportiamo qui la testimonianza di una studentessa di veterinaria che ha visitato alcuni allevamenti come parte del suo piano di studi, che ci riporta quindi una impressione di prima mano sulle condizioni in cui sono tenuti gli animali, e non certo negli allevamenti peggiori, ma in quelli “meno peggio” (se questo termina ha un senso, in questo caso) che vengono fatti vedere agli studenti.

Testimonianza

Non ero mai stata in un allevamento di bovini “da carne” e di bovine “da latte”. Non ero nemmeno mai stata in un allevamento di galline ovaiole. Ho visto dei piccoli allevamenti a conduzione familiare, ma mai ero stata in un allevamento intensivo. In qualità di studente di Medicina Veterinaria invece ci sono dovuta andare: infatti i veterinari non sono solo quelli che devono curare il gatto o il cane, nostri comuni animali domestici. I veterinari sono anche – e soprattutto – quelli che controllano che tutti gli animali definiti “zootecnici” (cioè gli animali allevati per uso e consumo umano) siano sani e abbiano le caratteristiche e le qualità che il consumatore richiede.

Il veterinario deve quindi mantenere in salute una vacca, un suino, un pollo, in modo che la sua produzione non sia diminuita, in modo che cresca in carne e in salute, per far sì che l’allevatore abbia il massimo del guadagno con la minima spesa.

I bovini “da carne”

Come prima visita ci siamo recati in un’azienda agricola/agriturismo dove fanno anche allevamento di bovini cosiddetti “da carne”. Entriamo e facciamo un giro tra le stalle: gli animali sono molto spaventati. È vero, noi siamo circa in 20 studenti, ma nessun animale si fa avvicinare e ci guardano con occhi impauriti. Sono suddivisi in diverse stalle, in base all’età. I più giovani, di circa 2-3 mesi, sono chiusi in un recinto che permette loro di muoversi un po’, ma sono comunque in tanti in uno spazio piuttosto ristretto.

Molti hanno scolo nasale molto vistoso e occhi lacrimanti, ma se la causa non è una malattia infettiva virale o batterica importante, che può attaccare altri individui, gli animali non vengono trattati con nessun medicamento per permettere la guarigione. Sono animali che verranno macellati nel giro di qualche mese e non vale la pena curare una piccola malattia che dal punto di vista produttivo non influisce negativamente e che comporterebbe solo una spesa da parte dell’allevatore. Inoltre quando si somministra un farmaco a un animale che dovrà diventare cibo, bisogna rispettare dei “tempi di sospensione”, cioè deve passare un certo periodo di tempo prima che l’animale possa essere macellato, in modo da avere un livello di farmaco residuo nelle carni tollerabile dal consumatore. E questo periodo di tempo per un allevatore è perdita di denaro: deve mantenere un animale che sarebbe stato pronto per essere macellato per un periodo di tempo maggiore, con inevitabile perdita di denaro. Per cui si preferisce non curarlo.

Ci trasferiamo in un’altra stalla, dove ci sono animali maschi di circa 10 mesi: questi sono quasi “pronti”, a breve potranno essere macellati. Tra di loro ce ne sono due in particolare che catturano la nostra attenzione: uno ha un grosso ematoma e ha come un pallone da calcio un po’ sgonfio che gli spunta dal dorso. Il veterinario ci spiega che gli animali a volte sono agitati e questo era andato a sbattere contro le sbarre che dividono le diverse stalle. Anche lui non verrà curato, tra pochi giorni tanto dovrà essere macellato.

L’altro bovino che coglie la nostra attenzione zoppica visibilmente: il pavimento della stalla è molto scivoloso per via della lettiera molto sporca su cui camminano gli animali. Ci sono molti escrementi e i bovini ci sono dentro con almeno 10 cm di zampe. Il bovino zoppicante tempo fa si è rotto una gamba scivolando. Ma anche lui non verrà guarito, dovrà essere inviato al macello e non avrebbe senso curarlo. “Peccato”, l’arto zoppicante è un posteriore, che è considerata la parte più buona da mangiare. Ma questa parte, di questo bovino, andrà scartata, perché la sua muscolatura si è sviluppata poco e male, per cui l’allevatore ci andrà a perdere del denaro.

Tutti questi animali verranno macellati ad un’età compresa tra i 12 e i 22 mesi circa, in base alla razza.

Le bovine “da latte”

Ci siamo poi recati in un allevamento di bovine da latte: all’esterno dell’azienda è presente un distributore automatico di latte crudo a km 0. Tempo fa, quando ancora non ero vegana, venivo qua a prendere il latte. Ma non ero mai stata oltre il distributore automatico. Avevo sempre preso il latte, convinta di non fare del male a nessuno, perché non stavo mangiando un essere vivente, stavo solo bevendo il suo latte.

Non mi rendevo conto che per fare il latte la mucca deve per forza partorire un vitello, e che questo succede circa una volta l’anno e che tutti questi vitelli vengono separati dalla madre alla nascita e poi macellati dopo 6 mesi, e che la mucca stessa dopo pochi anni di sfruttamento intensivo, viene macellata… e questo in ogni genere di allevamento, intensivo, piccolo, grande, piccolissimo, biologico.

Entriamo nell’azienda: come prima cosa vedo due mucche isolate da un lato della stalla, molto irrequiete e che muggiscono continuamente, con un verso per me straziante. Scopro che hanno partorito da poco, ma il loro cucciolo non è assieme a loro. Subito dopo il parto il vitellino è stato allontanato e messo in un piccolo recinto, di circa 1 metro per 1 metro, accanto ad altri vitellini appena nati. Li vedo, dalla parte opposta della stalla e mi avvicino. Sono molto spaventati ma il contatto della mia mano che li accarezza sembra tranquillizzarli e dopo un istante cercano di succhiare il latte dalla mia mano. Purtroppo io non sono la loro mamma e non posso dar loro il latte e nemmeno la sicurezza che potrebbe dare la madre. Sono lì, da soli dopo poche ore dalla nascita e sentono le loro mamme che li chiamano dalla parte opposta della stalla, ma non le possono raggiungere perché chiusi in quei piccoli recinti.

Non ho il coraggio di chiedere che ne sarà di loro. Ma dai discorsi capisco che dovranno essere venduti per diventare a loro volta bovini da latte nel caso siano femmine (in questo caso l’allevatore ha un guadagno 10 volte superiore rispetto alla vendita di un maschio) o carne meno pregiata nel caso siano maschi.

Una volta raggiunta la maturità sessuale, le bovine vengono fecondate tramite fecondazione artificiale e ha inizio il loro ciclo di produzione, che durerà per circa 3 lattazioni, al massimo 4, cioè per circa 6 anni. Dopo questo periodo anche loro verranno macellate, in quanto verranno sostituite da animali più giovani, migliori dal punto di vista produttivo.

Dopo aver visitato la stalla, dobbiamo assistere ad una mungitura: gli animali vengono messi in fila in un corridoio e bloccati tramite delle sbarre di metallo. Ad ogni animale viene attaccata la macchina mungitrice che raccoglierà il latte. Le mucche hanno una quantità enorme di latte, che il loro piccolo non ha potuto bere, ma che comunque a loro pesa e dà fastidio. Ne hanno così tanto perché vengono nutrite in modo del tutto innaturale, e costrette a produrre 10 volte tanto il latte che produrrebbero in natura per il piccolo. Quindi sono sempre sofferenti, hanno dolori e infezioni alle mammelle e agli arti, non stanno mai bene, in nessun momento della loro vita.

Uno di questi animali ha un problema, la macchina non riesce a raccogliere il latte: bisogna intervenire perché se non si tira il latte, l’allevatore avrà prodotto un po’ di meno e alla mucca potrebbe venire una mastite, cioè una infiammazione della mammella che potrebbe compromettere per sempre la sua produttività, con perdite da parte dell’azienda. Così l’operatore decide di farci provare a mungerla manualmente.

Purtroppo anche io devo provare, nonostante cerchi di nascondermi. È una sensazione terribile, perché sto facendo una cosa ad un animale che non avrei mai voluto fare, se non per aiutarlo, ma che devo fare perché obbligata. Così provo anche io, ma non riesco a fare uscire nemmeno una goccia di latte, ho paura di farle male e l’operatore si mette a ridere, dicendo che tanto non sentono niente e che posso tirare più forte. Alla fine mi allontano dicendo che non riesco. Finita la mungitura le mucche possono tornare nella loro stalla, a camminare e sdraiarsi, anche qui, in mezzo ai loro escrementi, che vengono tolti raramente.

Le galline ovaiole

È stata poi la volta della visita a un allevamento intensivo di galline ovaiole, allevate a terra. Chissà perché, prima di informarmi sulla situazione di questi animali, ho sempre pensato che allevamento a terra volesse dire che gli animali vivevano in uno spazio enorme, chiuso, ma a contatto con il terreno, dove comunque passava la luce del sole e dove gli animali potevano vivere, almeno in parte, come in natura.

Poi mi sono informata e ho capito che la situazione è ben diversa e, dopo aver visto foto e letto articoli a riguardo, ho potuto vedere con i miei occhi come sono gli allevamenti a terra. In questo allevamento erano presenti circa 10.000 galline. Dico “erano” perché al momento della nostra visita l’azienda era vuota: le galline avevano finito il loro ciclo produttivo, durato circa 2 anni, ed erano state mandate tutte al macello, per diventare carne di qualità un po’ inferiore rispetto ai polli allevati appositamente per la carne.

Visitiamo così il capannone vuoto: qui non esiste la luce naturale del sole, ma le galline vedranno solo la luce artificiale, secondo un ciclo luce/buio deciso dall’azienda, per avere la produzione di uova nelle ore prestabilite. Le galline camminano su un piano rialzato da terra, di circa un metro e mezzo, con dei fori: in questo modo gli escrementi non rimarranno tra le zampe degli animali o tra le uova che deporranno, ma andranno a finire sul pavimento sottostante. Qui rimarranno fino a fine ciclo riproduttivo, quindi per circa 2 anni le galline avranno i loro escrementi sotto al piano dove passeranno la loro breve vita, senza nessuna pulizia. Infatti molte soffrono di disturbi cronici all’apparato respiratorio e agli occhi, oltre che di disturbi agli arti e allo scheletro per mancanza di luce solare.

Durante il giorno ci sono le mangiatoie e gli abbeveratoi disponibili, che vengono poi ritirati la notte. Quando una gallina deve deporre un uovo, questa andrà in una casetta predisposta a nido, con il piano leggermente inclinato e connesso ad un nastro trasportatore. Appena l’uovo verrà deposto scivolerà sul nastro ed andrà direttamente nell’area di imballaggio, pronto per il consumatore.

In questa ultima visita non ho avuto modo di vedere le condizioni degli animali, quindi di farmi una idea della loro vita reale, ma vedere il capannone è stato più che sufficiente per farmi capire le loro condizioni di vita.

Sono contenta di aver scelto di non nutrirmi mai più di uova: questi animali non hanno mai visto la luce del sole, non sanno cosa vuol dire razzolare in un prato, non sanno cosa vuol dire vivere come la natura vorrebbe e dopo solo 2 anni di vita, dopo due anni di schiavitù e prigionia a servizio dell’uomo, verranno uccisi.

Oltre a questo, per ognuna delle galline qui presenti, 10.000, so che un pulcino maschio è stato ucciso fin dall’inizio. Infatti, queste galline vengono dagli stabilimenti di incubazione, in cui le uova, fecondate artificialmente, diventano pulcini. Se il pulcino è femmina, finisce in un allevamento come questo, se è maschio è uno “scarto”, perché non farà le uova e non diventerà abbastanza grosso da essere allevato e macellato per la sua carne. Quindi viene ucciso subito, tritato vivo, gasato, soffocato, e poi smaltito come scarto. Dato che, in media, metà dei pulcini che nascono sono femmine e metà maschi, per ciascuna delle 10.000 galline presenti qui, altrettanti pulcini maschi sono stati tritati vivi appena nati.

Sensazioni…

Dopo questa esperienza sono sempre più convinta della mia decisione di essere vegana, presa ormai qualche anno fa. La vista di quei vitelli spaventati in cerca di affetto e delle loro mamme disperate mi ha fatto stare malissimo. Ancora non riesco a capire come le persone vogliano continuare a bere il latte, sapendo che per averlo un cucciolo è stato separato dalla sua mamma appena nato e mentre beviamo il suo latte, lui è in un piccolo recinto, solo ed impaurito, ad aspettare il suo crudele destino, deciso da noi umani.

Le galline sofferenti per fortuna non le ho dovute vedere, ma so che erano lì, in 10.000, tutte mandate al macello.

Se non fossi stata vegana e nemmeno vegetariana, credo che lo sarei diventata all’istante dopo aver visto di persona questi allevamenti. Purtroppo queste visite non hanno avuto lo stesso effetto sugli altri studenti. Alcuni sono già vegetariani, ma ancora non riescono a “rinunciare” al latte ed alle uova. Come se si dovesse rinunciare a chissà cosa, oltretutto: non sanno che si possono cucinare decine di migliaia di piatti, più buoni di quelli con ingredienti animali, usando solo ingredienti vegetali.

Altri studenti sono dispiaciuti, ma non sono disposti al cambiamento, al proprio piacere personale, per alleviare la sofferenza e lo sfruttamento di questi animali. Però hanno cominciato a pensarci, e non escludo che capiscano e facciano la giusta scelta, specie se si renderanno conto che non c’è alcuna rinuncia da fare, basta solo cambiare gli ingredienti con cui si cucinano i piatti, tornando verso la nostra tradizionale alimentazione mediterranea.

Altri ragazzi invece, molti, sono completamente indifferenti e ridono della mia scelta di rispetto verso tutti gli animali. Purtroppo anche loro saranno futuri veterinari: coloro che dovrebbero curare gli animali e salvarli saranno coloro che cercheranno invece di aiutare gli allevatori a produrre carne, latte e uova di buona qualità, senza alcun riguardo per gli animali.

Fonte: agireora.org

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LadyCat

LadyCat

Amministratrice di VegAmami! Vegetariana dal 2002, volontaria in canili e CRAS per tanti anni, mamma, moglie, maestra, innamorata degli animali selvatici e della vita di campagna.

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